Storia della legge Basaglia: la legge che ha cambiato per sempre l’amministrazione della salute mentale in Italia

Prima dell’avvento della Legge Basaglia, la normativa in vigore in materia di salute mentale, la legge 36 del 1904, era estremamente datata, sia nella forma che nei contenuti e conferiva alle autorità locali, deputate ad ordinare il ricovero di chiunque fosse segnalato da una certificazione medica e dal presupposto dell’urgenza del trattamento e ai direttori degli istituti psichiatrici un potere decisionale eccessivamente ampio e generalmente inadeguato a garantire un’efficace tutela dei diritti e dei bisogni di persone fragili ed esposte, quali i pazienti psichiatrici.

All’epoca le persone con patologie psichiatriche venivano istituzionalizzate nei cosiddetti “manicomi”, termine derivato dal greco, dove “Mania” significava pazzia e “Komêin” cura. Purtroppo l’intento iniziale, per il quale erano state create queste strutture, ovvero prendersi cura di coloro che soffrivano di un disagio mentale, non è stato perseguito in maniera lineare e rispettosa dei diritti umani e di sovente accadeva che nei manicomi venissero letteralmente “imprigionate” persone senza alcuna problematica di salute mentale, ma considerate socialmente pericolose oppure individui senza fissa dimora, alcolisti, uomini e donne affetti da patologie fisiche invalidanti. Inoltre, all’interno dei manicomi, venivano rinchiuse, il più delle volte contro la loro volontà, oltre che persone affette da patologie psichiatriche importanti, come la schizofrenia, anche coloro che presentavano quadri clinici di depressione e disturbi dell’umore oppure individui che, pur non avendo nessun tipo di disagio psicologico, venivano ingiustamente internati a seguito di condotte o orientamenti sessuali giudicati “sconvenienti” dalla mentalità di allora oppure per questioni di natura politica, specie negli anni del Fascismo. I metodi, impiegati per gestire eventuali problematicità comportamentali dei pazienti, erano irrispettosi della dignità della persona e, nella maggior parte dei casi, venivano adottati acriticamente e senza una valutazione di possibili percorsi alternativi all’abuso di psicofarmaci, all’elettroshock e alla coercizione meccanica, esercitata mediante l’impiego di strumenti quali sbarre, camicie di forza, cinghie di cuoio, celle di isolamento e filo spinato.

La Legge Basaglia, scritta e promossa dallo psichiatra Bruno Orsini, è stata approvata dal Parlamento italiano il 13 maggio 1978 ed è nota poiché ha previsto, nel corso degli anni ’80, la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici, presenti sul territorio nazionale. La legge porta il nome del dottor Franco Basaglia, che per tutta la sua carriera si è speso nell’impegno di apportare un cambiamento nel modo di intendere i concetti di salute e malattia mentale, a tutela dei diritti di chi soffre di una patologia psichiatrica. 

Cos’ha cambiato la Legge Basaglia

L’introduzione della Legge Basaglia ha avuto, tra i vari meriti, la possibilità di far conoscere un tema, sino ad allora lasciato ai margini e di aprire un dibattito nell’opinione pubblica e tra gli addetti ai lavori sulle modalità di gestire la presa in carico sanitaria delle persone con problematiche di natura psichiatrica e sulla necessità di lavorare in un’ottica di reinserimento sociale, lavorativo e relazionale, anche per coloro che si trovano a vivere una condizione di cronicità. Molte sono state le questioni al centro della discussione: il trattamento sanitario obbligatorio e i metodi di contenimento fisico, la gestione della cura e degli interventi riabilitativi, usufruendo, ove possibile, di strutture territoriali, per esempio i CSM (Centri di Salute Mentale) e la ridefinizione del concetto di pericolosità sociale, che spesso è stato impiegato, in maniera pressoché automatica e senza le dovute e necessarie distinzioni, come elemento connotate il disagio psichiatrico e che, prima dell’avvento della legge in questione, era uno dei requisiti, sulla base del quale veniva disposto il trattamento sanitario obbligatorio. 

Il primo grande cambiamento apportato nella pratica dalla legge Basaglia è relativo al fatto che tutti i trattamenti sanitari devono essere fruiti volontariamente e a seguito di una decisione consapevole e libera, avanzata dal paziente stesso. Il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) può essere praticato dunque soltanto in situazioni di grave urgenza, nelle quali la persona è impossibilitata ad esprimere il proprio consenso oppure quando, a causa dell’alto livello di sofferenza e destabilizzazione psichica, il paziente mostra opposizione rispetto agli interventi di cura e non sono praticabili eventuali modalità di presa in carico extraospedaliere. 

Come viene gestita oggi la patologia mentale 

Ad oggi molta strada è stata fatta, in particolare nella direzione di un’implementazione di centri territoriali di cura, che erogano tutta una serie di interventi ai pazienti sul piano farmacologico, ma anche psicoterapeutico, educativo e sociale, di servizi diurni, che supportano, con attività riabilitative e di sostegno alle autonomie, sia la persona con disagio psichiatrico che le famiglie e di strutture comunitarie residenziali o semi-residenziali, in grado di accompagnare la persona per tutto il percorso di vita, in un’ottica di presa in carico integrata e orientata all’inserimento nel tessuto sociale. 

Tuttavia il percorso, verso una piena comprensione delle connotazioni, delle fragilità e delle potenzialità delle persone che soffrono a causa di un disagio mentale, è ancora lungo e intricato. Lo stigma sociale per i pazienti psichiatrici è tanto, troppo diffuso e capita spesso che queste persone o le loro famiglie vengano colpevolizzate per il loro stato oppure vengano additate come pigre, indolenti, non responsabili o non sufficientemente motivate a superare una condizione che di fatto si potrebbe risolvere con “un po’ di motivazione o di impegno in più”. Niente di più falso ovviamente, ma purtroppo ancora oggi capita di sentire questo tipo di frasi, a volte, anche tra gli stessi “addetti ai lavori”. Inoltre occorrerà promuovere delle politiche sociali e sanitarie volte all’estensione, anche nel contesto pubblico, dei trattamenti e degli interventi specialistici, per l’accesso ai quali sovente, a causa dei livelli elevati di saturazione del servizio sanitario nazionale, molti pazienti sono costretti a rivolgersi al privato, dovendo sostenere un impegno economico importante.