Dietro la croccantezza dei salatini si nasconde questo, scoprilo prima del prossimo acquisto

Quando afferriamo un pacchetto di salatini al supermercato, raramente immaginiamo che dietro quella croccantezza invitante si nasconda un insieme di sostanze che meriterebbero maggiore attenzione. La questione non riguarda solo il sale, ingrediente di cui siamo tutti consapevoli, ma una serie di additivi alimentari che spesso sfuggono a una lettura superficiale dell’etichetta o che vengono indicati con sigle poco intuitive per il consumatore medio. In Europa, questi additivi sono identificati dai cosiddetti numeri E, codici standardizzati che indicano sostanze autorizzate a livello UE come additivi alimentari.

Quando l’etichetta racconta solo metà della storia

Gli scaffali dedicati agli snack salati offrono una varietà ampia di prodotti: dalle classiche forme geometriche ai mini grissini, dai taralli alle cialde aromatizzate. Molti di questi prodotti condividono una caratteristica comune che va oltre il sapore salato: la presenza di conservanti ed esaltatori di sapidità che raramente vengono notati durante l’acquisto.

Il problema principale risiede nella modalità con cui queste sostanze vengono indicate. Sigle come E621, E627, E631 corrispondono rispettivamente a glutammato monosodico, inosinato disodico e guanilato disodico, classificati come esaltatori di sapidità dal Regolamento UE sugli additivi alimentari. Allo stesso modo, i codici E200-E203 identificano l’acido sorbico e i sorbati, mentre i codici E220-E228 indicano i solfiti, utilizzati come conservanti. La loro indicazione in etichetta è obbligatoria ma può comparire in caratteri di uguale dimensione al resto della lista ingredienti, senza evidenza grafica particolare, purché siano rispettati i requisiti minimi di leggibilità.

Le implicazioni per chi segue regimi alimentari particolari

Chi deve monitorare attentamente l’assunzione di sodio per motivi di salute cardiovascolare si trova davanti a una sfida non banale. Non è sufficiente controllare solo il contenuto di sale nella tabella nutrizionale, perché alcuni esaltatori di sapidità apportano ulteriori quantità di sodio che non sempre vengono immediatamente identificate.

Il glutammato monosodico contiene circa il 12% di sodio in peso, calcolabile dalla sua formula chimica. Anche l’inosinato disodico e il guanilato disodico sono sali sodici e contribuiscono all’apporto complessivo di sodio, pur non comparendo sotto la voce “sale” nella tabella nutrizionale. La normativa UE richiede l’indicazione del sodio solo attraverso il parametro “sale” calcolato come cloruro di sodio, non includendo automaticamente altri sali di sodio, il che può rendere meno intuitiva la valutazione globale del sodio per il consumatore.

Interferenze con specifici piani nutrizionali

Le persone che seguono diete a basso contenuto di istamina, spesso consigliate in caso di intolleranza all’istamina, devono prestare attenzione anche ad alcuni conservanti. I solfiti sono noti per poter scatenare reazioni avverse, soprattutto in soggetti asmatici o sensibili. La loro presenza negli alimenti deve essere dichiarata in etichetta quando supera 10 mg/kg o 10 mg/l espressi come SO₂, in quanto rientrano tra le 14 categorie di allergeni la cui indicazione è obbligatoria e da evidenziare graficamente nella lista ingredienti.

Chi desidera ridurre l’uso di additivi sintetici per scelta personale o su indicazione medica si confronta con una certa complessità: la lettura dell’etichetta richiede familiarità con i codici E e con le denominazioni chimiche. Diversi studi di educazione alimentare mostrano che la comprensione delle etichette da parte del consumatore medio è limitata, e che la presenza di termini tecnici e sigle può ridurre la capacità di interpretare correttamente le informazioni nutrizionali e sugli ingredienti.

La questione della trasparenza industriale

Dal punto di vista produttivo, l’utilizzo di conservanti ed esaltatori di sapidità risponde a esigenze tecnologiche documentate: prolungare la shelf-life del prodotto, garantirne la sicurezza microbiologica e mantenere caratteristiche sensoriali stabili nel tempo. Questi additivi sono autorizzati solo dopo una valutazione di sicurezza e l’assegnazione di una dose giornaliera ammissibile quando pertinente.

La modalità con cui le informazioni vengono percepite dal consumatore finale rimane tuttavia oggetto di dibattito. Ricerche su clean label e percezione degli additivi mostrano come molti consumatori preferiscano liste ingredienti brevi e comprensibili e tendano a diffidare di nomi chimici o codici E, anche quando la sicurezza di tali sostanze è stata valutata positivamente dalle autorità sanitarie europee.

Alcuni produttori stanno iniziando ad adottare etichette semplificate o claim del tipo “senza additivi” o “lista ingredienti corta” e ricorrono a schemi grafici o icone per evidenziare l’assenza o presenza di categorie di sostanze, ma si tratta ancora di strategie volontarie e non uniformi nel panorama della grande distribuzione.

Come orientarsi nella scelta consapevole

Per chi desidera limitare l’esposizione a questi additivi, esistono strategie pratiche compatibili con quanto raccomandato dalle linee guida di educazione alimentare nazionali e internazionali. Imparare a riconoscere le principali sigle degli additivi rappresenta il primo passo: i codici E6xx indicano in molti casi esaltatori di sapidità, mentre i codici E2xx si riferiscono spesso a conservanti come sorbati, benzoati, solfiti, nitriti e nitrati.

Verificare l’ordine degli ingredienti può fornire indicazioni preziose: gli ingredienti in etichetta devono essere elencati in ordine decrescente di peso al momento della loro incorporazione nel prodotto. Se gli additivi compaiono verso la fine della lista, la loro quantità è generalmente inferiore rispetto agli ingredienti principali. Confrontare prodotti simili diventa quindi un’abitudine utile, dato che vari studi di mercato mostrano che per una stessa categoria esistono prodotti con profili di ingredienti molto differenti, alcuni con un numero minore di additivi e contenuto di sale più basso.

Considerare alternative meno processate rimane una delle raccomandazioni più solide: gli alimenti meno trasformati tendono ad avere liste di ingredienti più brevi, e le linee guida dietetiche raccomandano di privilegiare questi prodotti nell’ambito di una dieta complessivamente sana.

Quando il “naturale” non è garanzia sufficiente

Un aspetto che merita particolare attenzione riguarda l’utilizzo del termine “naturale” o “tradizionale” sulle confezioni. Queste diciture non escludono automaticamente la presenza di additivi, purché questi siano autorizzati e correttamente indicati in etichetta.

Esistono esaltatori di sapidità ottenuti tramite processi di fermentazione o idrolisi proteica, come alcuni estratti di lievito o idrolizzati proteici, che possono essere impiegati per aumentare il gusto umami. Pur essendo di origine biologica, sono ingredienti concentrati e raffinati, utilizzati come coadiuvanti di sapore in modo analogo agli additivi, con un profilo percepito dal consumatore come più “naturale”. Questo fenomeno rientra nelle strategie di clean label, dove gli ingredienti di copertura vengono talvolta usati al posto di additivi con codice E per migliorare l’accettabilità del prodotto pur mantenendo la funzione tecnologica.

La tutela del consumatore passa attraverso un’etichettatura che rispetti non solo i requisiti minimi di legge, ma che favorisca una comunicazione chiara e non ingannevole. Gli organismi di controllo europei sottolineano l’importanza che le informazioni sugli alimenti non inducano in errore, in particolare per quanto riguarda le caratteristiche del prodotto, la sua composizione o la presenza e assenza di determinati ingredienti.

Sviluppare competenze di lettura critica delle etichette rimane uno degli strumenti più efficaci per operare scelte alimentari consapevoli, soprattutto quando si hanno esigenze dietetiche particolari come la riduzione del sodio, l’intolleranza all’istamina o la sensibilità ai solfiti. La questione dei salatini rappresenta un caso emblematico di come prodotti apparentemente semplici possano avere una composizione più complessa di quanto ci si aspetti. Dedicare qualche minuto in più alla selezione di questi snack diventa quindi un piccolo investimento a favore della propria salute e di una cultura alimentare più informata e responsabile.

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